L’arte di scrivere d’arte

Come scrivere annunci in cui tutto è chiaro.

Alexander Belyaev, giornalista, critico musicale e traduttore dall'inglese, ci ha raccontato come scrivere correttamente sull'arte. Leggiamo e impariamo!

L'arte contemporanea ricorda l'economia contemporanea: mentre gli specialisti spiegano, alla gente comune viene da vomitare. Questo, sempre che questa gente capisca qualcosa. Di solito – no. Si svolge un dialogo in lingua d'uccelli.

Dell'arte visiva non ho mai scritto (e peraltro sono daltonico), scrivevo di musica. Rock, pop, jazz. Anche questo non è un compito banale, potete credermi. Sento per tutta la vita la stessa cosa: commmee si può scrivere di musica, è indescrivibile… per l'arte è più o meno lo stesso.

Come si scrive d'arte? Bella domanda. risposta: semplicemente. Non scherzo.

Ho lavorato una quindicina d'anni in varie riviste. Redattore delle rubriche concerti, lifestyle, tempo libero a Mosca e il resto della cultura. Cioè andavo alle mostre, ne pubblicavo gli annunci, facevo interviste e via discorrendo. Ma i comunicati stampa quasi mai riuscivo a leggerli. E anche rubarci qualcosa era dannatamente difficile.

Quello che ti ferma subito è il linguaggio disumano, non si capisce a chi sia rivolto. Ogni buon testo è individuale, tutti i cattivi sono scritti come a carta carbone. Ripetizioni. Prolissità. Il dilagare di termini professionali, e al tempo stesso giudizi di valore recisi e banalità. «Il quadro affascina per la sua intimità d'animo» - che diavolo significa? O qualcosa sul «discorso». È come in quella barzelletta – papà, con chi stavi parlando adesso? No, io me la cavo, ho tenuto in mano i libri di Baudrillard, ma il lettore en masse lo lascerà semplicemente scorrere.

«Semplicemente» – non è stato un lapsus. L'arte è un soggetto non facile, e per la descrizione il più difficile in assoluto. E questo non significa che se ne debba scrivere con i fronzoli. Tutt'al contrario – poiché l'oggetto è ambiguo, la descrizione deve essere estremamente chiara. Un testo chiaro nasce solo quando tu stesso nutri un rapporto particolare verso l'artista/l'opera, amore o odio. Da noi, in giornalismo, ai giovani autori si dice proprio così: bisogna, dicono, scrivere di ciò che ami fortemente, o che odi con furore. E la seconda è preferibile, ma, ahimè, non è il nostro caso.

Certo, noi dobbiamo scrivere del bene sui nostri progetti, solo del bene e nient'altro che del bene. Da noi – la migliore mostra di Mosca, della Russia, del mondo. Questo è chiaro, non si discute. Ma senza un'emozione reale nessuno vi crederà comunque, e i cliché sull'«autentica maestria» e sull'altra «spiritualità» uccidono subito la parola viva.

In realtà ai lettori importa un accidente di questa autentica maestria, non è per quello che vanno alle mostre. Come ai concerti non vanno ad ascoltare «veri virtuosi con formazione accademica», ma – la musica.

Dunque, per prima cosa dobbiamo scrivere in che cosa consiste precisamente la particolarità del nostro progetto. Diciamo che l'artista non ha mai esposto a Mosca. Oppure è accaduto moltissimo tempo fa. Oppure per la prima volta – in una tale completezza. Questo lo sapete meglio voi. Lo sapete già – altrimenti la mostra non ci sarebbe. Scrivetelo così! Senza nessun «essendo il più brillante rappresentante di tale scuola, è riuscito a esercitare un'influenza notevole sulle generazioni successive». Sono cliché, ed è acqua. Bisogna scrivere sul sodo. Se è una scuola – che cosa ha di particolare. Se ha esercitato un'influenza – in che cosa si manifesta ora, questo è interessante. Detto brutalmente, che cosa deve un Damien Hirst di turno a un Malevich, a un Duchamp o a chi diavolo state esponendo… Ecco in che cosa è bella l'arte – nel fatto che c'è una continuità.

Sul lessico. Non crediate che io vi inviti a sostituire la terminologia professionale con paroline quotidiane. È impossibile ed è sbagliato. I termini ci devono essere, certo. Ma, in primo luogo, è meglio spiegarli; in secondo luogo, usarli dove sono davvero necessari per capire il vostro intento. E, in terzo luogo, il gergo professionale di solito tutti lo intendono come un pretesto per scrivere in modo torbido e vischioso. È sbagliato. La frase va costruita in modo semplice. Il meglio – frasi brevi con una sintassi «diretta».

Noi giornalisti abbiamo questo principio: un pensiero – un articolo (l'ho sentito per la prima volta da mio padre già 20 anni fa). In un comunicato stampa e in un annuncio, certo, può non esserci un solo pensiero, ma, diciamo, tre. Per esempio, di quali opere si tratta (vedi sopra), per che cosa è famoso l'artista e un po' di «carne» (biografica, la storia delle sue creazioni ecc.). Perché alla fine sia il redattore sia una persona normale capiscano perché vale la pena vedere tutto questo. Perché i lettori si interessino e i giornalisti abbiano di che lavorare. Ripeto: ripetere (perdonate la tautologia) la stessa cosa non si deve. Un pensiero – un paragrafo.

Su forma e impaginazione. All'inizio: il titolo della mostra, i periodi e le date. Poi – la descrizione. In chiusura si può mettere una breve bio dell'artista, con le sue citazioni. Quest'ultimo – per i giornalisti, la «carne». Ma evitate le frasi vuote, tipo «creo per Dio» o magari «la mia arte a beneficio della Patria». Forse lo ha detto davvero così, ma i giornalisti non sanno che farsene delle banalità, e alle persone normali semplicemente non interessano.

Sì, certo, quanto più è vivida la mostra (il concerto, il film) – tanto più è semplice descrivere in che cosa, propriamente, sta il «gancio». Della stilistica del testo parleremo a parte.

Aleksandr Belyaev, giornalista, critico musicale,
traduttore dall'inglese, redattore. 
Pubblicato sulle riviste Play, Billboard, Rolling Stone,
«Moskovskie Novosti», e altri.
Nella sua traduzione sono uscite l’autobiografia di Eric Clapton,
la collana della casa editrice AST «La storia dietro le canzoni»
(su RollingStonesLedZeppelin, Metallica, John Lennon),
l’inchiesta di Stephen Witt sulla pirateria «Come la musica è diventata libera».